#06 SINTETIZZATORE: CENNI STORICI E CURIOSITA’

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Come promesso il capitolo di oggi sarà meno tecnico e più focalizzato sulle tappe che hanno portato il sintetizzatore ad essere lo strumento di maggiore impatto nel ventesimo secolo.
Nonostante la lezione di oggi sia ricca di cenni storici e curiosità,  verranno descritte alcune importanti caratteristiche relative alla polifonia ed al voltaggio.
Consigliamo quindi una lettura appassionata di quanto segue, ed un ripasso del capitolo precedente per avere cognizione dei termini che useremo.

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In seguito alla sua invenzione ad opera di Robert Moog e Donald Buchla, il sintetizzatore subì un’ inaspettata diffusione a causa di  vari fattori.
Una delle figure chiave fu la produttrice Rachel Elkind che nel 1968 rimase affascinata dai rifacimenti tramite sintetizzatore di alcune opere di Bach per mano del fonico Walter Carlos (divenuto Wendy Carlos dopo il cambiamento di sesso).
Rachel decise di produrne un album e vide cosi la luce “Switched on Bach” il disco che non solo definì il sintetizzatore come strumento vero e proprio, ma diede origine ad un intero filone musicale.

 

 

La nascita dei sintetizzatori compatti (o integrati) favorì ulteriormente la diffusione di questo strumento, poiché erano precablati internamente.
Non necessitavano quindi di collegamenti esterni tramite cavi al contrario dei sintetizzatori modulari, in cui il segnale elettrico doveva essere fisicamente trasportato da un modulo all’altro per essere modificato.
In più i nuovi sinth erano adatti a performance in quanto trasportabili, caratterizzati da una dotazione minima (indispensabile) di moduli e da prezzi ridotti.

 

Ebbe inizio in questo modo la vendita sistematica nei negozi, e mentre Buchla scelse di restare al di fuori di un qualsiasi circuito commerciale, videro la luce numerose case produttrici.

La ARP (Alan R. Pearlman) diede origine verso la fine degli anni settanta al suo primo modello, l’ “ARP 2500”, dotato di “Matrix switching system” (i collegamenti non si ottenevano tramite cavi, ma tramite degli scambi, levette). Il modello compatto di questa casa produttrice venne chiamato Odyssey, e fu dotato di sliders anziché potenziometri.

 

La EMS (Electronic Music Studios) , con sede a Londra, si impose sulla produzione europea. Il “SINTHY VCS3” fu un sintetizzatore compatto e modulare caratterizzato da dei collegamenti a “matrice di pin” (sistema a battaglia navale in cui inserendo una punta metallica a delle precise “coordinate” si metteva in collegamento una determinata uscita con un determinato ingresso). Altri rilevanti modelli prodotti da questa casa furono il “SINTHY A”,di dimensioni inferiori a una ventiquattrore, e il “SINTHY 100”, un grossissimo modulare.

 

 

Alla casa produttrice OBERHEIM si deve l’ invenzione dei primi sintetizzatori polifonici. Il primo passo è stato il “SEM” (synthetizer expander module), un piccolo sintetizzatore compatto non dotato di una tastiera ma progettato su un volt per ottava. Questa caratteristica permetteva di collegarlo ad un altro sintetizzatore e quindi mandare lo stesso voltaggio a due sintetizzatori ottenendo due note uguali. Il passo successivo è stato il “4 VOICES”, composto da quattro SEM collegati e quindi in grado di originare quattro note diverse.

 

 

Si capisce che per il funzionamento del “4 VOICES” era necessaria un interfaccia in grado di inviare 4 voltaggi contemporaneamente, e l’invenzione di questo strumento, noto come “digital scanning keyboard” (tastiera a scansione digitale) si deve alla casa produttrice EMU. La particolarità di questa tastiera risiedeva nel fatto che un computer interno faceva in modo che ogni tasto aggiuntivo premuto mandasse un voltaggio a un Sem diverso. Giunti a dover suonare il quinto tasto il primo Sem interpellato riceveva un nuovo voltaggio. Il microprocessore controllava continuamente la tastiera per verificare se era stato premuto o rilasciato un nuovo tasto (scanning).
Caratteristiche del 4voices erano delle memorie in grado di salvare le impostazioni scelte, inoltre con un solo pannello era possibile regolare i potenziometri di tutti i Sem. Una volta fatto ciò si potevano memorizzare i valori elettrici di ogni potenziometro e richiamarlo con un semplice tasto.

 

La casa produttrice SCI (Sequential Circuits Inc.) diede successivamente vita al “PROPHET 5“, un polifonico a cinque voci in cui i moduli dei singoli sintetizzatori non erano più visibili, in quanto lo strumento era dotato di un solo pannello in grado di comandare tutte le voci di tutti i moduli (tipico esempio di tecnologia invisibile).

 

 

Nonostante la diffusione dei polifonici la produzione di monofonici non fu interrotta a causa del basso costo di questi ultimi.

 

Nel prossimo capitolo cominceremo finalmente ad esaminare i vari moduli che compongono il sintetizzatore, spiegandone il funzionamento e rendendoti capace di ottenere il suono che ricerchi partendo dal segnale elettrico.
Ti consigliamo di ripassare il capitolo sulle caratteristiche del suono e quello sull’introduzione al sintetizzatore, perchè useremo termini che oramai diamo per scontati.

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#05 SINTETIZZATORE: CARATTERISTICHE E PARAMETRI

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Ora che conosciamo le caratteristiche fisiche del suono, possiamo rivolgere la nostra attenzione al sintetizzatore e delineare le sue caratteristiche principali, per poi arrivare ad una spiegazione dettagliata delle parti che lo compongono passando ovviamente per qualche cenno storico!

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Mentre negli strumenti acustici il suono è conseguenza di una vibrazione meccanica, negli strumenti elettronici la generazione sonora è priva di parti meccaniche, ed è data esclusivamente dall’elettronica.

 

 

Nonostante la nascita dei primi strumenti elettronici risalga all’inizio del novecento, i primi modelli di sintetizzatore hanno origini ben più recenti. Si può datare infatti la loro invenzione verso metà degli anni sessanta, per opera di Robert Moog e Donald Buchla.

 

Si trattava di sintetizzatori modulari (composti da più moduli che, a seconda del suono desiderato, venivano o meno utilizzati), monofonici (in grado di originare una sola nota per volta, diversamente dagli strumenti polifonici, ovvero dotati di più sorgenti sonore che l’esecutore può controllare indipendentemente le une dalle altre) e analogici.

 

Il fatto che fossero monofonici è conseguenza di due fattori: per suonare due note contemporaneamente erano necessari due sintetizzatori, e questo comportava una grossa spesa e una grandissima precisione nel settare in modo identico tutti i moduli. Inoltre le tastiere stesse erano progettate per gestire un solo sintetizzatore.

 

La distinzione tra analogico e digitale (da “digit”, numero) risiede nel fatto che nel primo caso il segnale che rappresenta l’ informazione è analogo all’informazione stessa (nel giradischi e nelle musicassette il solco che viene letto è una rappresentazione continua dell’onda sonora, che ricalca completamente il suo andamento) mentre nel secondo caso il segnale che rappresenta l’informazione è una codifica numerica dell’informazione stessa, che viene rappresenta con un numero FINITO di numeri.

Per esempio, la risoluzione di una fotografia è data dal numero di pixel che contiene ma, per quanti che siano, non saranno mai in grado di rappresentare tutti i punti effettivi che compongono l’oggetto fotografato, poichè essi sono infiniti.

Se ne deduce che il digitale è caratterizzato da una perdita di informazioni rispetto all’analogico.

I sintetizzatori erano, e sono tuttora, dotati di un interfaccia, ovvero di un sistema che permette di collegare due o più entità al fine di scambiarsi informazioni.

I requisiti tramite cui due entità possono comunicare sono di tipo fisico (devono poter essere fisicamente in relazione tra loro, per esempio tramite dei cavi) e di tipo logico (le due entità devono parlare lo stesso linguaggio). Un chiaro esempio di interfaccia è la tastiera, che opportunamente collegata al sintetizzatore è in grado di inviare a quest’ultimo le informazioni desiderate dal musicista.

 

I comandi sono inviati al sintetizzatore tramite una caratteristica della corrente elettrica, il voltaggio. Nelle tastiere ogni tasto corrisponde ad un preciso voltaggio, ed ogni voltaggio ad una frequenza. La corrispondenza tra voltaggio e frequenza è di un volt per ottava (per ogni salto di ottava il voltaggio sale di uno, quindi il volt è diviso in dodici, come le note della scala musicale).

 

Controllare il sintetizzatore significa intervenire su tre parametri oggettivi, che trovano una corrispondenza soggettiva nella percezione umana (vedi capitolo 1):

  1. La frequenza indica il numero di cicli della forma d’onda in ogni secondo, ed è quindi misurabile. Equivale percettivamente all’altezza di un suono, ovvero alla nota che caratterizza il suono: l’altezza è soggettiva in quanto relativa alle nostre percezioni e può cambiare a seconda del contesto culturale
  2. L’ampiezza corrisponde all’ escursione dell’onda sonora, ovvero all’ampiezza del movimento dell’oscillazione. Corrisponde soggettivamente all’intensità, la quale viene percepita in maniera diversa a seconda dell’individuo (con l’avanzare dell’età si tende a percepire meno suoni ad una bassa intensità)
  3. La forma d’onda indica appunto la forma dell’onda, che può essere di vario tipo ma comunque misurabile. Questa determina il timbro di un suono, ovvero l’identità sonora, ciò che ci permette di distinguere il suono di un pianoforte da quello di una chitarra. Anche tra strumenti dello stesso tipo il timbro cambia, a seconda della qualità, ma la scelta di un timbro rispetto ad un altro da parte del musicista o dell’ascoltatore dipende dal gusto personale. Pizzicando per esempio la corda di una chitarra in vari punti diversi posso ottenere suoni metallici o più pieni.
Prima di spiegare il funzionamento vero e proprio del sintetizzatore è bene raccontarne la storia e l’evoluzione.
Non è bene, invece, condensare in una sola lezione troppe informazioni o rischiereste di perderne qualcuna.
A tra qualche giorno per un nuovo capitolo!

 

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